venerdì 11 luglio 2008
Repubblica - 22 luglio 1989
Repubblica — 22 luglio 1989 pagina 2 sezione: MERCURIO - GIRO D' ITALIA
Portoferraio Quali saranno stati mai i gusti letterari di un grande condottiero come Napoleone Bonaparte? La risposta si può trovare nella mostra, allestita nella Galleria Demidoff di Villa San Martino (resterà aperta fino al 30 settembre), dedicata alla Filosofia del leggere di Napoleone. L' esposizione è divisa in tre segmenti: Usi e provenienze, che illustra i criteri con cui l' Imperatore ha ordinato la biblioteca, La cultura di Napoleone (sulla sua formazione intellettuale) e un' ampia raccolta del giornale Moniteur Universel, compresa tra il 1790 e il 1813. La Biblioteca dell' Imperatore, costituita anche con l' aiuto di Paolina Borghese e del Cardinale Fesch, ha un taglio pragmatico. Vi sono raccolti opere storiche a sfondo militare, biografie di protagonisti del passato, codici legislativi e testi giuridici, ma anche libri utili come i volumetti sull' apicoltura. - M d F C
lunedì 17 dicembre 2007
sabato 22 settembre 2007
Enrico Cerquiglini
Enrico Cerquiglini
Sandra Palombo e Il passo del tempo
Come per il Pascoli la morte del padre rappresenta la fine dell’infanzia e della serenità familiare, così per la Palombo rappresenta la perdita della verginità, l’entrata nel dolore, l’incontro con l’annichilimento della fisicità, la scoperta della dimensione drammatica del vivere. L’uscita dall’infanzia interiore porta a riconsiderare verbi come “volare, morire e violare” e di conseguenza apre le porte al processo di solitudine più intimo e profondo che trova naturale compimento nell’attimo finale dell’esistere. E in questo cammino, reso cosciente dalla perdita dalla verginità di morte, in cui le cose e gli affetti si precarizzano, il ricordo assume una dimensione tragica di contrasto tra il ricordante di allora (tutto teso alla fantasia e al sogno) e il ricordante adulto (ammansito dalla realtà e consapevole dell’asse cronologico che scandisce la vita). Lo spettacolo del piroscafo che porta sull’isola (ricordiamo che Sandra Palombo vive all’isola d’Elba) gli ergastolani ha in sé la forza di una stampa ottocentesca, il bianco e nero di film e sceneggiati risorgimentali.
Il tempo dunque e le sue inesorabili leggi hanno largo spazio nei versi della Palombo. Nel testo Non conosco si evidenzia con tratti delicati ma decisi il passare degli anni (capelli bianchi, approssimarsi alla meta) che tutto stravolge, lasciando però inalterato il l’animo (il sorriso) che non conosce età e che ci è compagno del cammino umano.
Anche il versante sociale entra in queste liriche. Emblematico è il testo intitolato Piazza della Repubblica. Già il titolo rimanda simbolicamente al nostro paese e gli elementi (arredi urbani e figure umane) costituiscono rintracciabili simboli di un’allegoria che sfocia nel “niente resta dell’adoloscenza” della chiusa che, come un’epigrafe, segna la chiusura di un’epoca storica e personale non più destinata a ritornare o a sopravvivere se non nelle nostalgie di chi avverte la fine di un mondo ma senza avvertire l’avvento di un altro.
Un testo che indica la decadenza della vita politica italiana, il lento ma inesorabile chiudersi in sé stessi, il passaggio dal luogo politico per antonomasia, la piazza – luogo di condivisione e aggregazione – alla stanza chiusa, al privato che svuota le strade tradendo ogni sogno di possibile cambiamento attraverso la partecipazione. Muoiono i simboli, i padri della Repubblica, portati via dal tempo e con essi muore la Repubblica in questa alba di millennio che sempre più somiglia alla notte heideggeriana.
Dalla raccolta inedita Il passo del tempo:
L’arrivo del piroscafo
L’arrivo del piroscafo era uno spettacolo.
Le auto imbracate nella rete
sbarcavano dal cielo
dondolando. Talvolta a terra
c’era un cellulare nero
ad attendere gli ergastolani,
che scendevano con le mani incatenate
rivolte verso il volto,
nel tentativo di nascondere
agli sguardi la vergogna;
erano giovani che avevo immaginato
vecchi e bimba bimba,
dal balcone ricoveravo in casa
con il cuore stretto stretto,
prima che al molo chiudessero il cancello.
*****
Non conosco
Non conosco quei capelli bianchi.
Non li riconosco.
Il sorriso sì.
E’ rimasto identico il sorriso
dell’amica cresciuta con me.
Nel raccontarci,
all’approssimarsi della meta,
si rinsalda l’affetto
nei nostri seni marini
chiusi da tre lati ad obbligare la rotta.
*****
Piazza della Repubblica
Uno dopo l’altro, s’ammalano e muoiono
i platani di piazza della Repubblica
e con loro se ne vanno un paese e i suoi abitanti,
le maestre dalla pettinatura anni sessanta,
gli amici con i libri sottobraccio.
Insieme coi viandanti d’una volta,
gli slogan per la pace salgono
gli scalini dell’anarchico e
una volta entrati nella sua stanza,
per strada niente resta dell’adolescenza.
Nata a Livorno nel 1955 , vive all’isola d’Elba nel comune di Portoferraio.
Laureata in lettere e filosofia ha pubblicato vari articoli di storia sulla biblioteca elbana di Napoleone I, due libri di poesie, Iomare con prefazione di Manrico Murzi e nota di Giorgio Weiss (Genova, Liberodiscrivere 2004) e Tautogrammi d’amore e d’amarore, con introduzione di Raffaello Aragona (Genova, Liberodiscrivere 2005), oltre a racconti e poesie in antologie e riviste cartacee e online.
lunedì 2 luglio 2007
Giacomo Cerrai
Giacomo Cerrai
in
http://www.ellisse.altervista.org/index.php?/archives/135-Sandra-Palombo-Rosso-mobbing.html
Venerdì, 22 giugno 2007
Sandra Palombo - Rosso mobbing
Pubblico qui la stesura definitiva della silloge Rosso mobbing di Sandra Palombo, non ostante che nella sua versione in progress sia già stata letta tutta o in parte su La poesia e lo spirito, su Lo specchio e altrove, perchè mi interessa per un discorso che sto facendo in questo periodo, stimolato proprio da uno scambio di idee avuto con Davide Nota di recente. Partito dalla questione della territorialità della poesia (concetto ormai superato almeno per il fatto che in questa epoca di tarda modernità globale il locale ha uno scarso impatto sulle problematiche della poesia), il discorso è approdato ad un concetto di "territori paralleli", che può darsi possa essere ancora legato a un suo connotato geografico, ma a me fa venire invece in mente paralleli territori dell'esistere o della riflessione sulla realtà. Palombo si inserisce egregiamente qui. Perchè è una donna, ed è una donna inserita nel mondo del lavoro, ed è insieme una poetessa consapevole e senza timidezze che, mentre rinuncia alla poesia come strumento puramente lenitivo o consolatorio, riconosce in pieno ad essa il suo statuto di strumento principe di decifrazione della realtà, per quanto soggettiva essa possa essere. Non è forse un territorio questo, ampiamente percorribile? Non è forse uno dei tanti che la poesia può esplorare con piena legittimazione? Non è certo un caso che in questi testi l'apparato formale sia in un certo senso secondario rispetto al narrato, all'esperienza, all'offerta fatta al lettore di una sofferenza che diremmo sociale e perciò di tutti, tanto per tornare al discorso da cui siamo partiti. E tuttavia il dato biografico non schiaccia in questi testi il dettato fortemente poetico, a tratti quasi lirico, come nella bella "Fine settimana", anzi riesce a trovare punti di equilibrio di apparente fragilità, come nell'efficace "Mobbing", un tautogramma di impronta oulipiana che però, come certi esercizi di stile, rischia di "raffreddare" la spinta poetica. E c'è perfino un'eco ungarettiana, nell'epigrafe a questa piccola raccolta: "In ufficio si sta come un foglio / di carta riciclata accartocciata / nel cestino". Insomma, una materia quotidiana e moderna, un "territorio" che Sandra filtra con una particolare sensibilità, che potremmo quasi definire "psicosomatica" ("lo stomaco rumina un rimbrotto"; "la laringe sigilla la rabbia"; "pensieri in catena gonfiano l'ansia", ecc), traduce su un piano interiore e restituisce come esperienza condivisibile.
Alessandra Palombo, nata a Livorno nel 1955 , vive all’isola d’Elba nel comune di Portoferraio. Laureata in lettere e filosofia ha pubblicato vari articoli di storia sulla biblioteca elbana di Napoleone I, due libri di poesie, Iomare con prefazione di Manrico Murzi e nota di Giorgio Weiss (Genova, Liberodiscrivere 2004) e Tautogrammi d’amore e d’amarore, con introduzione di Raffaello Aragona (Genova, Liberodiscrivere 2005), oltre a racconti e poesie in antologie e riviste cartacee e online. Il suo blog è http://sandra-isoladimare.blogspot.com/
IL TESTO
Scritto da G.Cerrai at 11:24 | Commenti (10) | Trackbacks (0)
venerdì 18 maggio 2007
Alberto Bevilacqua
Cara Palombo,
i suoi Tautogrammi, specie alcuni, mi sono sembrati convincenti, e non solo per stravaganza.
C'è, sotto la verve di Falstaff, una femminilità esplosiva in una 'rosa dei venti' di reattività le più diverse.
Roma 12 gennaio 2006
martedì 24 aprile 2007
Claudio Damiani in Lapoesiaelospirito.wordpress.com
Claudio Damiani
in
http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2007/03/12/rosso-mobbing-di-sandra-palombo/
ROSSO MOBBING, di Sandra Palombo
Posted by claudiodamiani on March 12th, 2007
Volevo presentare alcuni testi di Sandra Palombo che vive all’isola d’Elba (beata lei) dove è nata, lavora nel Comune di Portoferraio dove si occupa di cultura e turismo, svolge inoltre ricerche storiografiche e, naturalmente, scrive poesie.
Ha pubblicato nel 2004 Iomare, e, nel 2006, Tautogrammi d’amore e d’amarore . Di quest’ultimo libro (i tautogrammi sono testi composti da parole tutte comincianti con la stessa lettera) m’ha colpito il bisogno di darsi a ogni parola un limite, come un sentiero di spilli su cui svolgere una danza aerea, un’urgenza, in tanto artificio, di naturalezza estrema, vivacità, vitalità che sprizza in queste poesie che raccontano, in un caleidoscopio di sfumature, l’amore e l’amarore, l’illusione e la disillusione, nel loro fronteggiarsi e ininterrotto inseguirsi, scavalcando gli ostacoli, sopportando gli spilli, fino a mimare il mistero, il sorriso ineffabile della vita.
Ritrovo tutto ciò anche in Rosso mobbing , il poemetto inedito che qui presento.
lunedì 19 marzo 2007
Giorgio Weiss Nota a Iomare
La Poesia e il Mare
La poesia e il mare sembrano avere considerevoli tratti in comune, soprattutto sul piano espressivo. Sia l’uno che l’altra posseggono infatti l’ eccezionale capacità di rappresentare efficacemente i moti dell’animo umano.
Il mare - che talvolta ci assale con le sue schiumanti rabbie, i furori e le ripulse espresse con voce furibonda e potente e, altre volte, nella sua insidiosa variabilità, ci accompagna con la monotona e rassicurante nenia della risacca - appare avvicinarsi, con le sue manifestazioni, alla non rara volubilità dei nostri umori.
Quanto alla parola poetica c’è da dire che, tra tutte le altre forme comunicative, è quella che meglio rappresenta i veri sentimenti umani. Sostanzialmente e per sua natura essa è profondamente legata alla estrinsecazione dell’interno sentire.
In tempi remoti i naviganti udivano talvolta provenire dalle vicine rive l’ irresistibile, leggendario canto delle Sirene e quei versi sembrava loro che sorgessero miracolosamente dal mare :
“Vieni qui, celebrato Ulisse, onore/ e vanto degli Achei; férmati e ascolta/ la nostra dolce melodia: nessuno/ passato è mai di qua, con la sua nera / nave, senza ascoltare prima il canto/ ch’esce armonioso dalle nostre labbra:/ poi se ne va con più saggezza e gioia” (dal libro XII dell’Odissea nella versione di Giovanna Bemporad).
Sono veramente tanti i poeti che nel corso dei secoli hanno saputo trarre ispirazione dal divo mare, esplorando con le loro rime i misteriosi collegamenti tra le vicende umane e l’appalesarsi dell’elemento marino. Sono visioni paniche che – vedasi Charles Baudelaire in una strofa de La vita anteriore – ci rappresentano marosi gonfi delle immagini del cielo che si mescolano, in modo solenne e mistico, con i potentissimi accordi della loro musica e con i colori del tramonto riflesso dagli occhi.
Omero con l’Odissea e Virgilio con l’Eneide sono, per la nostra cultura, i più alti rappresentanti di una poesia che mirabilmente esalta l’ eroe mentre percorre i perigliosi sentieri marini.
Dante, a sua volta, ha donato alla nostra lingua splendide immagini epigrafiche sulle sottili connessioni tra l’uomo e il mare: “E come quei che con lena affannata/ uscito fuor del pelago alla riva/ si volge all’acqua perigliosa e guata,/ così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,/ si volse a retro a rimirar lo passo/ che non lasciò già mai persona viva” (Inferno I,22-27); “Io venni in luogo d’ogni luce muto,/ che mugghia come fa mar per tempesta,/ se da contrari venti è combattuto” (Inferno V,28-30); “Per correr migliori acque alza le vele/ omai la navicella del mio ingegno,/ che lascia dietro a sé mar sì crudele”(Purgatorio I, 1-3); “Ahi serva Italia, di dolore ostello,/ nave sanza nocchiere in gran tempesta,/ non donna di provincie, ma bordello!” (Purgatorio VI, 76-78). E tra gli altri pregevoli versi che andrebbero commentati o almeno citati è doveroso rammentare quelli di opere note come La ballata del vecchio marinaio di Samuel Taylor Coleridge, Il battello ebbro di Arthur Rimbaud, La morte per acqua di Thomas Stearns Eliot, Il cimitero marino di Paul Valéry, sino a Capitano mio capitano di Walt Whitman, ormai universalmente noto anche grazie al film L’attimo fuggente.
Queste brevi note sul tema della poesia e del mare vogliono essere un presupposto augurale e propizio ad Iomare, un libro che esordisce nella maniera più compiuta e sapiente, nel segno della spiccata e disinvolta maturità letteraria della sua autrice.
Già fin dal titolo assegnato alla raccolta, Alessandra Palombo ha evidentemente inteso rimarcare la consistenza e la profondità del suo integrarsi con l’ambiente marino. Ella ha avuto la ventura di vivere nell’Isola d’Elba la sua infanzia, l’adolescenza e la giovinezza a stretto contatto con le trasparenti e cangianti acque circostanti, potendo rispecchiare le sue emozioni, le sue gioie e le sue ansie tra gli scogli, nelle insenature e sulle spiagge di quel mare con cui si identifica.
Il percorso stilistico di Iomare non è fatto soltanto di versi. La scrittura si snoda attraverso brevi composizioni poetiche, brani in prosa, epigrafi, dediche e citazioni tratte dalla stampa. Il discorso poetico acquista così una leggerezza e una vivacità che fanno ancor più apprezzare, nella sua ricchezza formale, l’aspetto contenutistico.
Tra le composizioni riunite nel capitolo “Primo mare” sono da porre in rilievo quei versi che rievocano la stagione dell’infanzia, un’età felice nella sua inconsapevolezza : “L’oggi irradia la sua pelle chiara/ ancor calda di letargo breve,/ la pettina, la lava, l’ara tutta/ l’attira a sé lasciandole una benda/ a celare quanto a lei sta preparando,/ il presente cala/ i quadri del prossimo futuro,/ e lei, raccolta la sua essenza, s’avvia/ a penetrare la trama del destino”.
Nella successiva silloge intitolata “Secondo mare” c’è un’altra riprova della grande capacità memorativa dell’autrice che, in pochi tratti, prima in prosa, poi in versi e quindi con un’acconcia citazione, descrive con sapienti pennellate la sua adolescenza.
“Mai ho visto una prima volta il mare, di pochi giorni mi posarono sull’onde. Da allora stiamo assieme, a naso in su, a scrutare l’ orizzonte, in compagnia dei venti in alta uniforme, dei cava lloni bianchi, dei temporali e della malinconica pioggia sullo specchio acquoso di bonaccia.”
“Provò la ragazza, seduta sulla foglia/ verde e frastagliata della favola,/ a fuggire con la fantasia dalla famiglia,/ a volare sino al fuoco artificiale/ che deflagra,/ svelta afferrando, con scatto felino,/ una fulgida fiamma/ a rischiarare e scaldare l’antro cavo/ del suo ventre.”
“Felice chi, perduto nell’amore, non conosce il mare,/ e non gli importa della notte che cala sulle onde.(Teognide, versi 1375-1376 della Silloge teognidea).”
Le navi che rollano alla fonda; il consueto lavoro dei marinai, dei pescatori con il tramaglio e del bagnino con il rastrello; i viaggi per mare per lasciare e tornare all’isola; un granchio che saggia lo scoglio a guadagnare la spiaggia, mentre impassibile il mare sottostante schiuma, sono squarci di vita che emergono, qui e là, nel testo del Terzo e Quarto mare.
Immagini, impressioni e pensieri che sono sempre e comunque debitori del mare, con quel ciuffo d’alghe, quei vortici schiumosi, quei fondali e il salmastro, i cavalloni, la bonaccia, da cui forse non è possibile evadere: “Vibrava la nave che viaggiava nel buio./ Con il suo tutto tornava nell’isola.”
Sommessamente, con una discrezione che è il segno di uno stampo e di una formazione antica, baluginano in quei versi brani venati da inconfessata malinconia: “... da lei si staccavano pensieri/ che in lei tornavano,/ puliti dalle onde,/ sotto forma di cristalli.”; “... come falena che brancola/ a cogliere raggio di luce,/ non le fu dato raggiungere/ l’invisibile traccia// e, sino al prossimo spicchio/ di chiaro, riponeva e/ ripiegava se stessa”; “... suono vaginale/ per chi da gemma a frutto/ è maturato in terra isolata per natura.”; “... malinconica nenia/ in sintesi estrema/ con il mio essere isola.”.
Il percorso prettamente autobiografico di Iomare, giunto alla sua Quinta meta, si apre con una citazione da Ada Negri, così pertinente che l’autrice inevitabilmente fa sua: “Tu immobile starai tra flutto e spiaggia,/ piccola – oh, un punto!... – in mezzo all’infinito”.
Da qui nasce una sezione del volume in cui proseguono i suggestivi versi della Nostra, ma si dà anche un congruo spazio ad alcuni autori molto apprezzati dalla Palombo: da Calvino, presentecon un brillante pezzo sull’assoluta priorità della lettura agli scrittori Maria Corti, Guidacci, Paolini Giachery e Murzi che disquisiscono sulla poesia e le sue verità. “A scavalcare/ la soglia vegetale,/ accolgo, senza remore,/ le visioni scaturite/ dalle unioni di parole”.
In una poesia del Sesto mare l’autrice recita: “...il futuro arretra,/ sguscia, scivola,/ discolo indietreggia,// assisa su schiuma/ sospesa dal suolo,/ attendo schiarisca,/ e si scopra.”
Si ha la sensazione che non serva più che Alessandra Palombo resti sospesa dal suolo ad aspettare che il futuro si esprima. Ella è una scrittrice raffinata. Il suo futuro appare essere già un presente nel campo delle lettere. La “donna dell’isola”, la “donna di mare” è veramente uno “strano animale” – come la definisce nella splendida poesia raccolta nel Settimo Mare. Sinora è stata colei che “oltre il canale allunga il suo sguardo/ e poi si ritrae”; ma adesso è giunto il momento di andare oltre il canale con sotto braccio i versi, e realizzare quell’arcano desiderio (che si intravede in una composizione a chiusura del libro) di divenire orizzonte, varcando idealmente gli ineffabili limiti dell’isola e del mare che la circonda.
“ La costa sparisce/ la nave è in mare aperto. / Seduta allungo le gambe,/ mi stringo nel piumino per offrire/ al vento solo la pelle del viso./ Ed è lì/ tra mare e cielo, nell’ ora in cui/ la foschia si unisce ai primi raggi/ nell’ ora in cui l’ orizzonte/ è un riflesso sfumato/ che mi appartengo./ L’ orizzonte è nel profondo./ Io sono l’ orizzonte./ Nessuno, neanche la mia carne,/ potrà rapirlo e farlo suo.”
Come si sarà notato non si è inteso fare una vera e propria analisi critica del libro, seguendo anche il parere espresso da Valéry ne Gli incanti, secondo cui le poesie andrebbero lette senza alcuna intermediazione, lasciando al lettore una libertà grandissima analoga a quella che si riconosce all’ascoltatore di musica.
Giorgio Weiss
Roma, 11 giugno 2004
