lunedì 17 dicembre 2007
sabato 22 settembre 2007
Enrico Cerquiglini
Enrico Cerquiglini
Sandra Palombo e Il passo del tempo
Come per il Pascoli la morte del padre rappresenta la fine dell’infanzia e della serenità familiare, così per la Palombo rappresenta la perdita della verginità, l’entrata nel dolore, l’incontro con l’annichilimento della fisicità, la scoperta della dimensione drammatica del vivere. L’uscita dall’infanzia interiore porta a riconsiderare verbi come “volare, morire e violare” e di conseguenza apre le porte al processo di solitudine più intimo e profondo che trova naturale compimento nell’attimo finale dell’esistere. E in questo cammino, reso cosciente dalla perdita dalla verginità di morte, in cui le cose e gli affetti si precarizzano, il ricordo assume una dimensione tragica di contrasto tra il ricordante di allora (tutto teso alla fantasia e al sogno) e il ricordante adulto (ammansito dalla realtà e consapevole dell’asse cronologico che scandisce la vita). Lo spettacolo del piroscafo che porta sull’isola (ricordiamo che Sandra Palombo vive all’isola d’Elba) gli ergastolani ha in sé la forza di una stampa ottocentesca, il bianco e nero di film e sceneggiati risorgimentali.
Il tempo dunque e le sue inesorabili leggi hanno largo spazio nei versi della Palombo. Nel testo Non conosco si evidenzia con tratti delicati ma decisi il passare degli anni (capelli bianchi, approssimarsi alla meta) che tutto stravolge, lasciando però inalterato il l’animo (il sorriso) che non conosce età e che ci è compagno del cammino umano.
Anche il versante sociale entra in queste liriche. Emblematico è il testo intitolato Piazza della Repubblica. Già il titolo rimanda simbolicamente al nostro paese e gli elementi (arredi urbani e figure umane) costituiscono rintracciabili simboli di un’allegoria che sfocia nel “niente resta dell’adoloscenza” della chiusa che, come un’epigrafe, segna la chiusura di un’epoca storica e personale non più destinata a ritornare o a sopravvivere se non nelle nostalgie di chi avverte la fine di un mondo ma senza avvertire l’avvento di un altro.
Un testo che indica la decadenza della vita politica italiana, il lento ma inesorabile chiudersi in sé stessi, il passaggio dal luogo politico per antonomasia, la piazza – luogo di condivisione e aggregazione – alla stanza chiusa, al privato che svuota le strade tradendo ogni sogno di possibile cambiamento attraverso la partecipazione. Muoiono i simboli, i padri della Repubblica, portati via dal tempo e con essi muore la Repubblica in questa alba di millennio che sempre più somiglia alla notte heideggeriana.
Dalla raccolta inedita Il passo del tempo:
L’arrivo del piroscafo
L’arrivo del piroscafo era uno spettacolo.
Le auto imbracate nella rete
sbarcavano dal cielo
dondolando. Talvolta a terra
c’era un cellulare nero
ad attendere gli ergastolani,
che scendevano con le mani incatenate
rivolte verso il volto,
nel tentativo di nascondere
agli sguardi la vergogna;
erano giovani che avevo immaginato
vecchi e bimba bimba,
dal balcone ricoveravo in casa
con il cuore stretto stretto,
prima che al molo chiudessero il cancello.
*****
Non conosco
Non conosco quei capelli bianchi.
Non li riconosco.
Il sorriso sì.
E’ rimasto identico il sorriso
dell’amica cresciuta con me.
Nel raccontarci,
all’approssimarsi della meta,
si rinsalda l’affetto
nei nostri seni marini
chiusi da tre lati ad obbligare la rotta.
*****
Piazza della Repubblica
Uno dopo l’altro, s’ammalano e muoiono
i platani di piazza della Repubblica
e con loro se ne vanno un paese e i suoi abitanti,
le maestre dalla pettinatura anni sessanta,
gli amici con i libri sottobraccio.
Insieme coi viandanti d’una volta,
gli slogan per la pace salgono
gli scalini dell’anarchico e
una volta entrati nella sua stanza,
per strada niente resta dell’adolescenza.
Nata a Livorno nel 1955 , vive all’isola d’Elba nel comune di Portoferraio.
Laureata in lettere e filosofia ha pubblicato vari articoli di storia sulla biblioteca elbana di Napoleone I, due libri di poesie, Iomare con prefazione di Manrico Murzi e nota di Giorgio Weiss (Genova, Liberodiscrivere 2004) e Tautogrammi d’amore e d’amarore, con introduzione di Raffaello Aragona (Genova, Liberodiscrivere 2005), oltre a racconti e poesie in antologie e riviste cartacee e online.
lunedì 2 luglio 2007
Giacomo Cerrai
Giacomo Cerrai
in
http://www.ellisse.altervista.org/index.php?/archives/135-Sandra-Palombo-Rosso-mobbing.html
Venerdì, 22 giugno 2007
Sandra Palombo - Rosso mobbing
Pubblico qui la stesura definitiva della silloge Rosso mobbing di Sandra Palombo, non ostante che nella sua versione in progress sia già stata letta tutta o in parte su La poesia e lo spirito, su Lo specchio e altrove, perchè mi interessa per un discorso che sto facendo in questo periodo, stimolato proprio da uno scambio di idee avuto con Davide Nota di recente. Partito dalla questione della territorialità della poesia (concetto ormai superato almeno per il fatto che in questa epoca di tarda modernità globale il locale ha uno scarso impatto sulle problematiche della poesia), il discorso è approdato ad un concetto di "territori paralleli", che può darsi possa essere ancora legato a un suo connotato geografico, ma a me fa venire invece in mente paralleli territori dell'esistere o della riflessione sulla realtà. Palombo si inserisce egregiamente qui. Perchè è una donna, ed è una donna inserita nel mondo del lavoro, ed è insieme una poetessa consapevole e senza timidezze che, mentre rinuncia alla poesia come strumento puramente lenitivo o consolatorio, riconosce in pieno ad essa il suo statuto di strumento principe di decifrazione della realtà, per quanto soggettiva essa possa essere. Non è forse un territorio questo, ampiamente percorribile? Non è forse uno dei tanti che la poesia può esplorare con piena legittimazione? Non è certo un caso che in questi testi l'apparato formale sia in un certo senso secondario rispetto al narrato, all'esperienza, all'offerta fatta al lettore di una sofferenza che diremmo sociale e perciò di tutti, tanto per tornare al discorso da cui siamo partiti. E tuttavia il dato biografico non schiaccia in questi testi il dettato fortemente poetico, a tratti quasi lirico, come nella bella "Fine settimana", anzi riesce a trovare punti di equilibrio di apparente fragilità, come nell'efficace "Mobbing", un tautogramma di impronta oulipiana che però, come certi esercizi di stile, rischia di "raffreddare" la spinta poetica. E c'è perfino un'eco ungarettiana, nell'epigrafe a questa piccola raccolta: "In ufficio si sta come un foglio / di carta riciclata accartocciata / nel cestino". Insomma, una materia quotidiana e moderna, un "territorio" che Sandra filtra con una particolare sensibilità, che potremmo quasi definire "psicosomatica" ("lo stomaco rumina un rimbrotto"; "la laringe sigilla la rabbia"; "pensieri in catena gonfiano l'ansia", ecc), traduce su un piano interiore e restituisce come esperienza condivisibile.
Alessandra Palombo, nata a Livorno nel 1955 , vive all’isola d’Elba nel comune di Portoferraio. Laureata in lettere e filosofia ha pubblicato vari articoli di storia sulla biblioteca elbana di Napoleone I, due libri di poesie, Iomare con prefazione di Manrico Murzi e nota di Giorgio Weiss (Genova, Liberodiscrivere 2004) e Tautogrammi d’amore e d’amarore, con introduzione di Raffaello Aragona (Genova, Liberodiscrivere 2005), oltre a racconti e poesie in antologie e riviste cartacee e online. Il suo blog è http://sandra-isoladimare.blogspot.com/
IL TESTO
Scritto da G.Cerrai at 11:24 | Commenti (10) | Trackbacks (0)
venerdì 18 maggio 2007
Alberto Bevilacqua
Cara Palombo,
i suoi Tautogrammi, specie alcuni, mi sono sembrati convincenti, e non solo per stravaganza.
C'è, sotto la verve di Falstaff, una femminilità esplosiva in una 'rosa dei venti' di reattività le più diverse.
Roma 12 gennaio 2006
martedì 24 aprile 2007
Claudio Damiani in Lapoesiaelospirito.wordpress.com
Claudio Damiani
in
http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2007/03/12/rosso-mobbing-di-sandra-palombo/
ROSSO MOBBING, di Sandra Palombo
Posted by claudiodamiani on March 12th, 2007
Volevo presentare alcuni testi di Sandra Palombo che vive all’isola d’Elba (beata lei) dove è nata, lavora nel Comune di Portoferraio dove si occupa di cultura e turismo, svolge inoltre ricerche storiografiche e, naturalmente, scrive poesie.
Ha pubblicato nel 2004 Iomare, e, nel 2006, Tautogrammi d’amore e d’amarore . Di quest’ultimo libro (i tautogrammi sono testi composti da parole tutte comincianti con la stessa lettera) m’ha colpito il bisogno di darsi a ogni parola un limite, come un sentiero di spilli su cui svolgere una danza aerea, un’urgenza, in tanto artificio, di naturalezza estrema, vivacità, vitalità che sprizza in queste poesie che raccontano, in un caleidoscopio di sfumature, l’amore e l’amarore, l’illusione e la disillusione, nel loro fronteggiarsi e ininterrotto inseguirsi, scavalcando gli ostacoli, sopportando gli spilli, fino a mimare il mistero, il sorriso ineffabile della vita.
Ritrovo tutto ciò anche in Rosso mobbing , il poemetto inedito che qui presento.
lunedì 19 marzo 2007
Giorgio Weiss Nota a Iomare
La Poesia e il Mare
La poesia e il mare sembrano avere considerevoli tratti in comune, soprattutto sul piano espressivo. Sia l’uno che l’altra posseggono infatti l’ eccezionale capacità di rappresentare efficacemente i moti dell’animo umano.
Il mare - che talvolta ci assale con le sue schiumanti rabbie, i furori e le ripulse espresse con voce furibonda e potente e, altre volte, nella sua insidiosa variabilità, ci accompagna con la monotona e rassicurante nenia della risacca - appare avvicinarsi, con le sue manifestazioni, alla non rara volubilità dei nostri umori.
Quanto alla parola poetica c’è da dire che, tra tutte le altre forme comunicative, è quella che meglio rappresenta i veri sentimenti umani. Sostanzialmente e per sua natura essa è profondamente legata alla estrinsecazione dell’interno sentire.
In tempi remoti i naviganti udivano talvolta provenire dalle vicine rive l’ irresistibile, leggendario canto delle Sirene e quei versi sembrava loro che sorgessero miracolosamente dal mare :
“Vieni qui, celebrato Ulisse, onore/ e vanto degli Achei; férmati e ascolta/ la nostra dolce melodia: nessuno/ passato è mai di qua, con la sua nera / nave, senza ascoltare prima il canto/ ch’esce armonioso dalle nostre labbra:/ poi se ne va con più saggezza e gioia” (dal libro XII dell’Odissea nella versione di Giovanna Bemporad).
Sono veramente tanti i poeti che nel corso dei secoli hanno saputo trarre ispirazione dal divo mare, esplorando con le loro rime i misteriosi collegamenti tra le vicende umane e l’appalesarsi dell’elemento marino. Sono visioni paniche che – vedasi Charles Baudelaire in una strofa de La vita anteriore – ci rappresentano marosi gonfi delle immagini del cielo che si mescolano, in modo solenne e mistico, con i potentissimi accordi della loro musica e con i colori del tramonto riflesso dagli occhi.
Omero con l’Odissea e Virgilio con l’Eneide sono, per la nostra cultura, i più alti rappresentanti di una poesia che mirabilmente esalta l’ eroe mentre percorre i perigliosi sentieri marini.
Dante, a sua volta, ha donato alla nostra lingua splendide immagini epigrafiche sulle sottili connessioni tra l’uomo e il mare: “E come quei che con lena affannata/ uscito fuor del pelago alla riva/ si volge all’acqua perigliosa e guata,/ così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,/ si volse a retro a rimirar lo passo/ che non lasciò già mai persona viva” (Inferno I,22-27); “Io venni in luogo d’ogni luce muto,/ che mugghia come fa mar per tempesta,/ se da contrari venti è combattuto” (Inferno V,28-30); “Per correr migliori acque alza le vele/ omai la navicella del mio ingegno,/ che lascia dietro a sé mar sì crudele”(Purgatorio I, 1-3); “Ahi serva Italia, di dolore ostello,/ nave sanza nocchiere in gran tempesta,/ non donna di provincie, ma bordello!” (Purgatorio VI, 76-78). E tra gli altri pregevoli versi che andrebbero commentati o almeno citati è doveroso rammentare quelli di opere note come La ballata del vecchio marinaio di Samuel Taylor Coleridge, Il battello ebbro di Arthur Rimbaud, La morte per acqua di Thomas Stearns Eliot, Il cimitero marino di Paul Valéry, sino a Capitano mio capitano di Walt Whitman, ormai universalmente noto anche grazie al film L’attimo fuggente.
Queste brevi note sul tema della poesia e del mare vogliono essere un presupposto augurale e propizio ad Iomare, un libro che esordisce nella maniera più compiuta e sapiente, nel segno della spiccata e disinvolta maturità letteraria della sua autrice.
Già fin dal titolo assegnato alla raccolta, Alessandra Palombo ha evidentemente inteso rimarcare la consistenza e la profondità del suo integrarsi con l’ambiente marino. Ella ha avuto la ventura di vivere nell’Isola d’Elba la sua infanzia, l’adolescenza e la giovinezza a stretto contatto con le trasparenti e cangianti acque circostanti, potendo rispecchiare le sue emozioni, le sue gioie e le sue ansie tra gli scogli, nelle insenature e sulle spiagge di quel mare con cui si identifica.
Il percorso stilistico di Iomare non è fatto soltanto di versi. La scrittura si snoda attraverso brevi composizioni poetiche, brani in prosa, epigrafi, dediche e citazioni tratte dalla stampa. Il discorso poetico acquista così una leggerezza e una vivacità che fanno ancor più apprezzare, nella sua ricchezza formale, l’aspetto contenutistico.
Tra le composizioni riunite nel capitolo “Primo mare” sono da porre in rilievo quei versi che rievocano la stagione dell’infanzia, un’età felice nella sua inconsapevolezza : “L’oggi irradia la sua pelle chiara/ ancor calda di letargo breve,/ la pettina, la lava, l’ara tutta/ l’attira a sé lasciandole una benda/ a celare quanto a lei sta preparando,/ il presente cala/ i quadri del prossimo futuro,/ e lei, raccolta la sua essenza, s’avvia/ a penetrare la trama del destino”.
Nella successiva silloge intitolata “Secondo mare” c’è un’altra riprova della grande capacità memorativa dell’autrice che, in pochi tratti, prima in prosa, poi in versi e quindi con un’acconcia citazione, descrive con sapienti pennellate la sua adolescenza.
“Mai ho visto una prima volta il mare, di pochi giorni mi posarono sull’onde. Da allora stiamo assieme, a naso in su, a scrutare l’ orizzonte, in compagnia dei venti in alta uniforme, dei cava lloni bianchi, dei temporali e della malinconica pioggia sullo specchio acquoso di bonaccia.”
“Provò la ragazza, seduta sulla foglia/ verde e frastagliata della favola,/ a fuggire con la fantasia dalla famiglia,/ a volare sino al fuoco artificiale/ che deflagra,/ svelta afferrando, con scatto felino,/ una fulgida fiamma/ a rischiarare e scaldare l’antro cavo/ del suo ventre.”
“Felice chi, perduto nell’amore, non conosce il mare,/ e non gli importa della notte che cala sulle onde.(Teognide, versi 1375-1376 della Silloge teognidea).”
Le navi che rollano alla fonda; il consueto lavoro dei marinai, dei pescatori con il tramaglio e del bagnino con il rastrello; i viaggi per mare per lasciare e tornare all’isola; un granchio che saggia lo scoglio a guadagnare la spiaggia, mentre impassibile il mare sottostante schiuma, sono squarci di vita che emergono, qui e là, nel testo del Terzo e Quarto mare.
Immagini, impressioni e pensieri che sono sempre e comunque debitori del mare, con quel ciuffo d’alghe, quei vortici schiumosi, quei fondali e il salmastro, i cavalloni, la bonaccia, da cui forse non è possibile evadere: “Vibrava la nave che viaggiava nel buio./ Con il suo tutto tornava nell’isola.”
Sommessamente, con una discrezione che è il segno di uno stampo e di una formazione antica, baluginano in quei versi brani venati da inconfessata malinconia: “... da lei si staccavano pensieri/ che in lei tornavano,/ puliti dalle onde,/ sotto forma di cristalli.”; “... come falena che brancola/ a cogliere raggio di luce,/ non le fu dato raggiungere/ l’invisibile traccia// e, sino al prossimo spicchio/ di chiaro, riponeva e/ ripiegava se stessa”; “... suono vaginale/ per chi da gemma a frutto/ è maturato in terra isolata per natura.”; “... malinconica nenia/ in sintesi estrema/ con il mio essere isola.”.
Il percorso prettamente autobiografico di Iomare, giunto alla sua Quinta meta, si apre con una citazione da Ada Negri, così pertinente che l’autrice inevitabilmente fa sua: “Tu immobile starai tra flutto e spiaggia,/ piccola – oh, un punto!... – in mezzo all’infinito”.
Da qui nasce una sezione del volume in cui proseguono i suggestivi versi della Nostra, ma si dà anche un congruo spazio ad alcuni autori molto apprezzati dalla Palombo: da Calvino, presentecon un brillante pezzo sull’assoluta priorità della lettura agli scrittori Maria Corti, Guidacci, Paolini Giachery e Murzi che disquisiscono sulla poesia e le sue verità. “A scavalcare/ la soglia vegetale,/ accolgo, senza remore,/ le visioni scaturite/ dalle unioni di parole”.
In una poesia del Sesto mare l’autrice recita: “...il futuro arretra,/ sguscia, scivola,/ discolo indietreggia,// assisa su schiuma/ sospesa dal suolo,/ attendo schiarisca,/ e si scopra.”
Si ha la sensazione che non serva più che Alessandra Palombo resti sospesa dal suolo ad aspettare che il futuro si esprima. Ella è una scrittrice raffinata. Il suo futuro appare essere già un presente nel campo delle lettere. La “donna dell’isola”, la “donna di mare” è veramente uno “strano animale” – come la definisce nella splendida poesia raccolta nel Settimo Mare. Sinora è stata colei che “oltre il canale allunga il suo sguardo/ e poi si ritrae”; ma adesso è giunto il momento di andare oltre il canale con sotto braccio i versi, e realizzare quell’arcano desiderio (che si intravede in una composizione a chiusura del libro) di divenire orizzonte, varcando idealmente gli ineffabili limiti dell’isola e del mare che la circonda.
“ La costa sparisce/ la nave è in mare aperto. / Seduta allungo le gambe,/ mi stringo nel piumino per offrire/ al vento solo la pelle del viso./ Ed è lì/ tra mare e cielo, nell’ ora in cui/ la foschia si unisce ai primi raggi/ nell’ ora in cui l’ orizzonte/ è un riflesso sfumato/ che mi appartengo./ L’ orizzonte è nel profondo./ Io sono l’ orizzonte./ Nessuno, neanche la mia carne,/ potrà rapirlo e farlo suo.”
Come si sarà notato non si è inteso fare una vera e propria analisi critica del libro, seguendo anche il parere espresso da Valéry ne Gli incanti, secondo cui le poesie andrebbero lette senza alcuna intermediazione, lasciando al lettore una libertà grandissima analoga a quella che si riconosce all’ascoltatore di musica.
Giorgio Weiss
Roma, 11 giugno 2004
venerdì 16 marzo 2007
Brevi cenni sulle letture di Napoleone e il rapporto che ebbe con i libri
Nel 1779 fu ammesso alla scuola preparatoria di Brienne-le-Château dove l’insegnamento delle materie umanistiche era affidato ai preti Minimes e quello delle materie scientifiche, tecniche ed artistiche a personale laico. Fu quindi a Brienne che intraprese la carriera militare.
Dai bonshommes come venivano chiamati i religiosi di Brienne rimase sino al 1784 anno in cui iniziò a frequentare la scuola militare reale di Parigi, all’interno del gruppo d’artiglieria. Le materie più importanti erano quelle dedicate alla formazione di un buon soldato (storia geografia, scienze esatte, studio delle fortificazioni) che lo portarono poi col grado di sottotenente ad approfondire l’arte della guerra nell’anno successivo all’interno del reggimento d’artiglieria La Fère a Valenza.
A questi studi specialistici affiancò, sin da quando studiava a Brienne, la lettura dei classici latini e greci ( Omero, Tacito, Plutarco Tito Livio), degli autori del XVIII secolo ( Voltaire, Montesquieu, Rousseau, Raynal), delle opere di Corneille e Racine e dell’inglese Ossian che fu uno degli autori preferiti della sua giovinezza.
Ma da ragazzo la sua attenzione si rivolse soprattutto alla storia della Corsica alla cui vita politica partecipò attivamente.
Pur studiando in continente, riteneva la Francia un paese ostile, la causa dei mali della sua terra tanto che guardò agli avvenimenti rivoluzionari con gli occhi di uno straniero. Sognava di liberare la Corsica dall’oppressione francese e divorava libri che raccontavano la storia dell’isola o trattavano dell’autonomia dei popoli. Perfezionò la conoscenza della lingua italiana per leggere nella versione originale le opere dei cronisti corsi come Giovanni della Grossa, Ceccaldi, Filippini e iniziò a stendere una storia della Corsica e scrisse alcune novelle nella quali esprimeva il suo “odio” contro la Francia.
Nei suoi operette giovanili è facile rintracciare l’influenza di Rousseau dal quale attinse, secondo lo storico Godechot “ad un tempo idee di libertà e di uguaglianza e la conferma della sua volontà di ridare indipendenza alla sua patria”.
Tuttavia, in seguito lo rifiutò in modo netto e anche se rimase in lui una vena sotterranea della sensibilità romantica, nella vita fu un pieno discepolo degli illuministi le cui opere furono sempre presenti nelle sue biblioteche.
Come scrive G. Lefevre, uno dei maggiori storici francesi della prima metà del’900, diventò “un razionalista e un philosophe e lungi dall’affidarsi all’intuizione fa assegnamento sul sapere e sullo sforzo metodico.”
Ecco quindi che il militare e l’uomo di governo usò il libro soprattutto come strumento di lavoro, tanto che uno dei suoi pregi maggiori di soldato fu l’aver applicato correttamente e al momento giusto le tecniche apprese dai saggi di Du Teil, di Saxe, di Guilbert e negli altri trattati militari che nel XVIII secolo erano apparsi in numero sempre maggiore sul mercato librario.
Le sue preferenze dunque andavano verso i libri di storia, di matematica e di arte militare e la lettura gli permetteva di conoscere la realtà per poi modificarla secondo i suoi fini, motivo per cui il libro dal quale non ricavava nessuna utilità era gettato nel fuoco o buttato fuori dalla carrozza.
Secondo lo storico Tarle “ Napoleone è tutto in queste parole: “accumulare le cognizioni per sfruttarle realmente”.
Ma sarebbe troppo semplicistico circoscrivere alla sua attività militare e politica il rapporto con i libri.
Leggere fu un’azione costante nella vita di Bonaparte.
Quando era a Brienne chiedeva al padre rispedirgli volumi della biblioteca di casa, a Valenza frequentava la libreria Aurel e si mise anche in contatto con un libraio di Ginevra, Paul Borde, per avere testi sulla Corsica.
Nei primi tempi in cui visse a Parigi trascorreva molto del suo tempo libero nelle biblioteche.
Leggeva di tutto: poesie, tragedie, opere antiche e moderne, trattati di medicina e di agricoltura. Non amò il romanzo, ma non lo rifiutò come fece per la commedia. Durante la campagna di Russia nel 1812 chiese dei romanzi e dopo la disfatta di Waterloo fu trovato a leggerne uno. La passione per la lettura quindi non venne meno neppure nel momento più critico della sua vita.
Aveva invece un debole per le tragedie perché secondo lui la tragedia è stata la scuola dei re e dei popoli e vi si apprendeva più che dai testi di storia.
Anche se l’ascesa politica e militare farà sì che altre motivazioni di carattere politico e propagandistico si sovrapponessero al suo interesse originario, la lettura personale continuò e generò in lui il desiderio di possedere delle biblioteche.
Soldato e capo di stato organizzò per sé due diversi tipi di biblioteche: le raccolte da campagna e quelle dei palazzi reali.
Le librerie da campagna costituirono il momento più originale in quanto rispecchiavano il modo di vivere attivo, sempre alla ricerca di ulteriori successi in campo militare e di conferme in quello politico.
Per avere la possibilità di leggere sui campi di battaglia, i libri venivano messi in ampie casse di mogano costruite appositamente nella bottega dei Jacob, i mobilieri più famosi della Parigi post-rivoluzionaria e napoleonica.
Per evitare di ritrovarsi a leggere testi non di suo gusto, a Bayonne il 17 luglio 1808 a Schoenbrunn il 12 giugno 1809 dette disposizioni precise. Il numero dei volumi della biblioteca da campagna, fissato a mille nella prima lettera, salì a tremila nella seconda; il formato stabilito in dodicesimo fu poi ridotto in diciottesimo e il numero massimo delle pagine da seicento fu portato a cinquecento.
Inoltre i libri stampati con i caratteri di Didot dovevano avere una legatura sottile per occupare il minor spazio possibile.
Napoleone non riuscì a realizzare questo il sogno di costituire la sua biblioteca da campagna ideale, però queste indicazioni sono preziose per conoscere quali erano le sue materie preferite.
Nella lettera spedita da Bayonne, Bonaparte definisce in maniera meticolosa, il numero dei volumi relativi ai singoli argomenti: 40 di religione, 40 di epica 40 di teatro, 60 di poesia 100 di romanzi e 60 di storia. Il tutto doveva essere poi completato da memorie storiche di ogni tempo.
In quella successiva, la biblioteca ideale assumeva un aspetto grandioso. La quantità delle opere veniva triplicata e gli argomenti però circoscritti alla storia e così suddivisi: 1. cronologia e storia generale 2. storia antica 3. storia del basso impero 4. storia generale e particolare come l’Essai di Voltaire, 5. storia moderna di ogni stato europeo 6. Strabone, la Bibbia e storie della Chiesa.
Tali indicazioni però servivano per iniziare la formazione di una raccolta ben più importante nella quale, accanto alle opere di storia dovevano trovare posto altri 3000 volumi di diverso genere.
Come dimostrano i documenti sopra citati, le raccolte da viaggio furono concepite come un blocco autonomo rispetto a quelle dei palazzi, ma dopo la disastrosa campagna di Russia dove molte casse bruciarono o caddero in mano al nemico Napoleone aveva da risolvere ben altre situazioni e ordinò che la biblioteca da campagna fosse rifornita con i libri delle residenze imperiali nei quali aveva riunito oltre 60.000 volumi.
Nei palazzi, infatti, c’erano due biblioteche, una quella ufficiale, a disposizione di tutta la corte e degli ufficiali e una personale, la biblioteca particolare dell’imperatore.
Napoleone si occupava direttamente e con zelo di tutte le raccolte dei palazzi. Anche se le dimore delle Tuileries, di Trianon e della Malmaison contenevano i nuclei librai più numerosi, Napoleone cercò di evitare di avere più copie di una stessa opera.
Si può anzi azzardare che ogni singola raccolta sia privata che ufficiale fosse ideata e costituita come parte di un’unica ed estesa biblioteca napoleonica.
La collocazione dei libri in luogo diverso non rappresentava, infatti, un ostacolo se è vero quanto racconta Masson in Napoleone intimo che “ un libro letto o visto non esce più dalla sua memoria; se il bibliotecario non lo trova all’istante Napoleone ne descrive minuziosamente la rilegatura, indica il colore della copertina e del dorso, indica il luogo ove il volume può essere stato collocato e in quel posto si deve trovare…”
In ogni libro delle raccolte private veniva inoltre apposto al frontespizio un timbro ovale, di colore verde o rosso, in cui figurava al centro l’aquila imperiale circondata dalla scritta
Inoltre, sotto lo stemma dorato del piatto anteriore vi era stampato il nome del palazzo reale della cui raccolta il volume faceva parte, usanza già in voga nel 1700. Le opere poi erano registrate in un catalogo e nelle biblioteche regnava, a quanto ci riferisce ancora Masson, un ordine assoluto, metodico. I libri di un palazzo non circolavano in un altro e se li prelevava per le campagne militari aveva poi cura di riportarli al loro posto.
Bonaparte quindi aveva formato a suo uso e consumo una banca del sapere da cui attingere in ogni momento che lo avevano fornito di una vasta griglia di informazioni. Ciò lo portò ad avere una cultura “universale”, orizzontale si direbbe, oggi tanto che Metternich definì limitata la sua preparazione scientifica.
Tutte le sue biblioteche non furono mai dei nuclei chiusi, esse svolgevano una funzione attiva, esistevano perché utili. Napoleone del resto si compiaceva di ostentare il proprio sapere.
Se da ragazzo aveva letto per conoscere e capire la realtà, da imperatore usò il libro per poter dominare gli altri sia militarmente che intellettualmente.
Sandra